sabato 7 giugno 2025

5. CAPITOLO PRIMO


(Leggi i post dal più remoto, "Bio", in poi. Segui l'indice che vedi nella sezione "Etichette".
Fai doppio tap sul testo: ingrandirai l'immagine e ottimizzerai la lettura.)

Ho compreso quanto grave stia diventando il mio disagio questa mattina, entrando in ufficio e salutando cortesemente Daria, già seduta alla scrivania, immersa come al solito nella lettura delle sue carte; ero certa che non avrebbe neppure notato il mio arrivo, invece lei ha sollevato di botto il volto dal computer – un volto inquisitore, che non lasciava presagire nulla di buono. 
“Liz” ha detto, “che ci fai qui, per l’amor del cielo? Non avevi preso un giorno libero?” 
E io ho realizzato che era vero, avevo proprio chiesto un permesso. Così ho capito fino a che punto sono distratta, quanto io non sia più io. Daria ha promesso di non aprire bocca sull’accaduto e io mi sono dileguata prima che qualche collega chiacchierone notasse la mia presenza. In genere sono molto meticolosa, anche perché queste bizzarrie non sono viste di buon grado; e se qualcuno andasse a riferire? Perciò sono corsa alla macchina e ho ingranato la marcia. 

A noi del Rango Quattro è permesso guidare e perfino possedere un’auto, l’unico neo è che non siamo ancora riusciti a spuntarla sui parcheggi. Siamo una Classe agiata, vantiamo molti privilegi, ma il posteggio privato è prerogativa delle Classi Uno, Due e Tre. Comunque non m’importa, il vero guaio sarebbe dover aspettare ore un autobus che non passa mai come erano costretti a fare i miei – ho questa immagine polverosa piantata nel cervello, mio padre e mia madre in piedi sulla pensilina, in coda dietro a tanti altri sventurati come loro. Per fortuna a me è andata diversamente. 
Vorrei solo liberarmi di questa angoscia maledetta. Quando ero bambina mi capitava spesso di non riuscire a prendere sonno, oppure di svegliarmi irrequieta, in preda all’ansia per il compito che avrei affrontato in classe. In quei casi mia madre, che era una donna semplice e suggeriva rimedi semplici, provvedeva a farmi distrarre spostando la mia attenzione su qualcosa di concreto – di solito iniziava a contemplare le mie mani, obbligandomi a fare lo stesso: insieme descrivevamo a voce alta il disegno unico dell’epidermide, le venature azzurrognole, le unghie lucide e ben curate. Funzionava sempre, il cuore smetteva di battere a mille, il respiro si faceva più regolare. 
Oggi, quando qualcosa mi turba, faccio lo stesso: focalizzo lo sguardo sulle dita smaltate e ne elenco le caratteristiche. Ma stavolta le mie mani si stanno rivelando di scarso aiuto.

Dietro consiglio di Milo ho chiamato in ufficio per avvertire che non mi vedranno né oggi, né domani. Staccare la spina mi farà bene, devo prendermi maggior cura di me stessa: il riposo può essere la chiave per liberarsi di questo continuo senso di oppressione, e forse mi scorderò di mettere in dubbio il posto in cui mi ha collocata il mondo. Anche Milo mi ha sgridata: “Lavori troppo” ha sentenziato, “è la stanchezza a peggiorare la tua ansia. Adesso ci penso io a coccolarti un po’.” 
Così si presenta alla mia soglia, accompagnato dal profumo di caffè e di cornetti alla crema che cerca inutilmente di nascondere dietro la schiena - ma io lo sapevo che avrebbe fatto una puntatina dal mio pasticciere favorito. Da un po’ di tempo gli ho consegnato le chiavi dell’appartamento in cui vivo, perciò si affaccia direttamente alla camera da letto, sfoderando un sorriso accattivante: “Non ti sognavi un tale servizio, giusto?” scherza baciandomi sulla guancia. Lo guardo con affetto.
Il resto della giornata scivola via con dolcezza, il sole basso proietta lunghe ombre sul vialetto. L’aria è ancora tiepida, le risa dei bambini nel parco rotolano fino a me dalla finestra aperta. Pian piano le ombre di ieri si dissipano e l’unica cosa su cui riesca a concentrarmi è l’ottima voce di Milo che canticchia spensierato una delle sue creazioni. Gli sono infinitamente grata per la vicinanza e la cura che dimostra, mi spiace tagliarlo fuori da una parte tanto importante dei miei pensieri, ma suppongo non ci sia altro da fare. Almeno per il momento.

Terminato il rito della cena, mega busta di popcorn alla mano, Milo compare sulla porta del salotto col film di guerra che abbiamo noleggiato nel pomeriggio; io non sono in vena, ma non faccio obiezioni perché so che lui ci tiene – e grazie alle sue premure se lo è assolutamente meritato. Il mio animo romantico preferirebbe pellicole più delicate e meno truculente, qualche bell’episodio d’amore sdolcinato, ma è raro trovarne in giro; poiché si suppone che unicamente narrazioni storiche o culturali ci appassionino, tutto il resto è bandito dalla nostra Zona.
Ci accoccoliamo sul pouf a due posti, vicini vicini, energicamente avvinghiati. Per un po’ mi sforzo di seguire gli attori e le loro traversie, ma poi, mentre le truppe danno battaglia senza sosta e sullo schermo divampa un incendio spietato, mi assopisco tranquilla sulla spalla che Milo mi offre. Quando sono un po’ giù, è sufficiente la sua presenza a rassicurarmi.

Come inizia ad albeggiare, Milo mi tira giù dal letto con soave determinazione. Infila in bagno per rinfrescarsi e radersi, e dopo un po’ riappare, all’evidente ricerca dei propri pantaloni. Ancora assonnata di brutto, stento a comprendere cosa gli passi per la testa; ma quando mi invita a seguire i suoi gesti, mi affretto ad accontentarlo. Mentre aggancio la camicetta, lui si volta, mi vede e storce il naso, suggerendo di optare per qualcosa di più comodo. Lo guardo spazientita e lui sorride: “D’accordo, fine dei misteri. Ho prenotato due posti all’Ora di Rilassamento; perché non indossi una t-shirt e quei leggins bianchi che ti fanno un posteriore da paura?”
L’Ora di Rilassamento – in programma ogni giorno in tutte le sale da ginnastica della Zona, gratuita e, sebbene non obbligatoria, caldamente raccomandata - è suddivisa secondo logiche precise: si parte con gli esercizi per regolare il respiro, si prosegue con tecniche meditative di base, si approda infine a pratiche via via più articolate. Lo scopo della faccenda, subito intuibile, sta nel diminuire i livelli di stress ed equilibrare corpo ed emozioni del soggetto in questione.
Non so se ho voglia di dedicarmi a tale attività, ma vale la pena tentare: sento raccontare spesso dell’Ora di Rilassamento, di regola recensita con ottime critiche. Così mi affido al brillante intuito del mio ragazzo e trenta minuti dopo varchiamo insieme la soglia della palestra più vicina. 
L’ambiente è lindo e modernissimo. Le pareti sono state pitturate con una tenue tonalità di azzurro e in sottofondo odo una melodia appena percepibile, in linea col lavoro che andremo a svolgere. Io e Milo ci presentiamo, riempiamo un modulo per l’iscrizione, prendiamo posizione in prima fila, davanti all’istruttore. Scortati dalla sua voce, le palpebre abbassate, gonfiamo e rilasciamo il torace, estraniandoci dal contesto, ponendo l’attenzione sul qui e ora. Sotto i piedi scalzi sento le piastrelle, fredde e lucide contro la mia pelle; immagino di trovarmi all’aria aperta, in un immenso parco verde in cui radicarmi al suolo, in fusione totale con la madre terra. 
Al termine della lezione un vigore inaspettato mi sorge in petto. Sono più presente a me stessa adesso, più vivida, come se un vignettista, disegnandomi, avesse usato una mina HB anziché un lapis H. 
Apro gli occhi e trovo quelli di Milo nei miei. Rido. Se l’affetto fosse una polverina dorata, preziosa e da pesare in capienti fustini, spaccherei la bilancia controllando i chili del bene che gli voglio. “Pur di accompagnarti qua ho costretto i ragazzi a saltare le prove. La sala era già stata pagata per intero e non è rimborsabile. Vuol dire che, in un modo o nell’altro, dovrai risarcirmi tu, bellezza” mi informa, dandomi di gomito, e io gli mollo un pizzicotto divertita. 
Milo è un gioiello raro, sulla sua lealtà si può sempre contare. Con lui accanto sono immensa, tanto che sconfiggerei mostri alati e draghi sputafuoco: devo solo impegnarmi a non perdere questo mood - o, almeno, a mantenerlo fino al mio ritorno in ufficio, previsto per venerdì.



4. PROLOGO

(Leggi i post dal più remoto, "Bio", in poi. Segui l'indice che vedi nella sezione "Etichette". Fai doppio tap sul testo: ingrandirai l'immagine e ottimizzerai la lettura.)

Io sono Liz, Liz Di Bianco, e afferisco al Rango Quattro. Il che significa che la mia vita inizia con una sillaba e finisce con la frase scritta. Già ai tempi della scuola meritavo voti altissimi alla consegna dei componimenti - dev’essere per questo che la Commissione decise, a suo tempo, di inquadrarmi così. All’interno del mio gruppo ci occupiamo unicamente di lettere e spartiti; nessuno svolge attività manuali né fisiche, l’unica eccezione permessa è il ballo - forse per il suo inevitabile legame con la musica. Ma a parte questo, non rimangono che note e grafemi. Non abbiamo hobby tipo scultura o bricolage e nei nostri appartamenti non si trovano fotografie: non ci è consentito farne e neppure possederne. L’immagine non deve attrarci, l’arte figurativa è un universo distante, perfino per il tatuaggio che porto sulla pelle ho dovuto accontentarmi di banali lettere nere. 

Io sono Liz e sono turbata nel profondo. Conosco a memoria commedie, interi canzonieri, e alcuni monologhi interiori dei nostri tempi li ho scritti io stessa; ma non traccio uno schizzo a matita dai tempi delle elementari. Sono bloccata agli alberelli senza radici, agli omini stilizzati. E mai, mai prima d’ora avevo sentito l’urgenza di impugnare un pastello e decidermi a usarlo. Ma guardando in giro per la stanza scopro ciò che già sapevo: nessuna cera colorata in vista, né tanto meno album da disegno. Nella nostra Zona non si comprano matite, almeno non alla luce del sole: chi ce le venderebbe? Se esiste qualcuno fra noi che ne possiede – e io non conosco anima viva – è chiaro che se le è procurate in altro modo.

Ricordo bene il giorno dell’Inquadramento: il postino che suona alla porta anziché lasciare la lettera in cassetta, io e mia madre che spezziamo trepidanti il sigillo del Ministero, la vicina che si affaccia curiosa, attratta dagli alti strilli cui ci abbandoniamo. A soli sedici anni, la mia sorte era già tracciata; ma io, anziché riconoscere la trappola, mi davo l’importanza di una regina. Qualcun altro, qualcuno che non conoscevo e che non aveva idea di chi fossi, aveva pianificato tutto fino all’ultimo giorno, delimitando i confini entro i quali mi sarei mossa per sempre. Io e i miei avevamo brindato con della semplice aranciata, un po’ per via della mia giovane età, un po’ perché alla loro Classe il consumo di alcolici è vietato. Rammento alla perfezione lo stato d’animo generale: euforia pura. La consapevolezza che il futuro fosse sistemato, con  ogni responsabilità ormai delegata, dava a tutti una piacevole sensazione di fiducia verso il domani. Avevo uno status adesso! Non avrei potuto essere maggiormente appagata. 
Ma, dopo tanti anni, a fianco dell’appagamento si sta facendo strada il dubbio: e se quello che scambiavo per privilegio fosse in realtà l’uscio di una gabbia? Le Classi sono ermetiche, compartimenti stagni, l’opzione cambiamento non è attiva, ci insegnano che “…chiunque sia a conoscenza di intenzioni o comportamenti sovversivi è tenuto a farsi avanti, perché possa essere garantita la salvaguardia del Sistema.” Non so a quali conseguenze andrei incontro se rivelassi le mie incertezze – probabilmente mi attenderebbe la Struttura, e preferisco non pensarci nemmeno. 
Non ho confidato la mia inquietudine neanche a Milo, che è la mia frequentazione fissa da diversi mesi e si dimostra interessato a me soltanto – afferma di non avere rapporti con nessun’altra e non ho motivo per dubitarne, sebbene la monogamia non sia per noi un dogma assoluto. È presissimo e non mi meraviglierei di vederlo spuntare con un anello - ovviamente se appartenessimo alle Classi Uno, Due, Tre, note anche come Dominanti.
Oltre a essere un bravo amante, Milo è il mio migliore amico; ma capirebbe cosa mi passa per la testa, lui che difende il suo ruolo a spada tratta? Ideare musica e testi è il solo scopo della sua esistenza, e non per via dell’Inquadramento: Milo non percepisce alcuna costrizione, non desidera nient’altro che lavorare ed evolvere secondo il ruolo assegnatogli dal mondo, si intuisce ad ogni suo discorso. Una volta mi ha detto che chiunque sia stato a inserirlo nella nostra Classe ha fatto un lavoro superbo: “Non so come riescano ad azzeccarci, ma con me ci hanno preso in pieno!”
Dunque, perché deluderlo?
Conoscere il mio segreto lo metterebbe in una posizione scomoda rispetto alle Autorità, rischierebbe anche lui di finire nei guai; e io non posso esporlo a un simile pericolo.


3. CHE COS'È LA DISTOPIA

(Leggi i post dal più remoto, "Bio", in poi. Segui l'indice che vedi nella sezione "Etichette".

Fai doppio tap sul testo: ingrandirai l'immagine e ottimizzerai la lettura.)


La distopia immagina un futuro – o un presente alternativo – peggiorato rispetto alla realtà in cui viviamo. È, in un certo senso, l’opposto dell’utopia: invece di descrivere una dimensione ideale e perfetta, ci catapulta in un mondo dominato dal pessimismo, in cui la società si è involuta verso direzioni inquietanti.

I racconti e i romanzi distopici presentano spesso tratti comuni: un governo totalitario che opprime e controlla la popolazione, una sorveglianza costante con conseguente perdita della privacy, un progresso tecnologico spinto ma alienante. In tali contesti troviamo, inoltre, una netta divisione in classi - tanto definitiva da limitare completamente mobilità e legami affettivi. 
Anche la violenza e i conflitti apocalittici sono ingredienti che ricorrono in questo tipo di narrazione, ma sono elementi che io non tratto nei miei scritti.

Queste storie, però, non sono solo cupo intrattenimento, ma hanno una funzione ben precisa: servono da monito. Portando all’estremo tendenze reali della società e della condizione umana, ci costringono a riflettere sul cammino che vogliamo percorrere come collettività… e anche come singoli individui.



2. NOTA SULL'ORDINE DEI POST

(Leggi i post dal più remoto, "Bio", in poi. Segui l'indice che vedi nella sezione "Etichette". 
Fai doppio tap sul testo: ingrandirai l'immagine e ottimizzerai la lettura.)

Cari lettori,

voglio prendermi un momento per spiegarvi una particolarità del blog, così da rendere la vostra lettura più agevole e coerente.
Come avrete notato, Blogger non consente di modificare l’ordine cronologico dei post: ciò significa che, per impostazione predefinita, il primo aggiornamento che vedete è sempre l’ultimo che ho pubblicato.
Nel mio caso, però, la condivisione riguarda i capitoli di un romanzo, assieme ai relativi commenti e alle mie personali riflessioni; perciò l’ordine naturale di lettura dovrebbe essere dal primo capitolo (il più vecchio) all’ultimo (il più recente). Solo così è possibile seguire correttamente lo sviluppo della trama e delle idee.
Pertanto vi invito a leggerli dal più remoto al più giovane: è il modo migliore per immergersi nella lettura con senso e continuità - specialmente per quanto riguarda i capitoli di "Oltre la Superficie". Facendo riferimento alla scaletta a lato, che funge da indice, sarete in grado di approdare ogni volta al giusto contenuto da leggere.
Grazie per la vostra attenzione e per il tempo che dedicate alla mia storia!

Buone letture 🩷
 


1. BIO

(Fai doppio tap sul testo: ingrandirai l'immagine e ottimizzerai la lettura.)

Ciao a tutti,
sono Elisa Conserva, ho 43 anni e abito sulle colline nei dintorni di Firenze. 

Questo blog è il mio rifugio creativo, una pagina in cui presentarvi Liz, giovane affermata che vive in una società dove il destino professionale e sociale è imposto dall’autorità governativa. Al principio la ragazza sembra accettare questo stato di cose, ma poi in lei nasce un conflitto tra l’identità assegnata e quella autentica, al quale segue un percorso di ribellione e di ricerca della propria voce. 

In questo spazio il mondo di Liz potrà crescere ed espandersi - oltrepassando i confini che il romanzo tradizionale, con la sua statica suddivisione in capitoli, impone. Qui non troverete soltanto le avventure della protagonista, ma una finestra sul suo mondo: sulle figure che lo popolano, sul loro modo di pensare, di agire e di relazionarsi.

“Oltre la Superficie” è un'opera di narrativa distopica, ma è anche un percorso di introspezione. È una storia che parla di libertà, ma non nel senso che spesso intendiamo: non l’ho scritta per celebrare il libero arbitrio, ma per affermare il suo contrario. 
Aderiamo al volere dell'anima, diveniamo ciò che già siamo!
Come Liz scopre - e come tutti sappiamo nell’intimo - la felicità non nasce dal costruire la nostra strada controvento, ma dal camminare al passo con la nostra essenza. 

Questo è ciò che sento dentro con forza (e sono certa di non essere la sola!) 
E se una storia può essere lo specchio in cui altri si riconoscono, allora va raccontata.

Buone letture! 🩷



40. CAPITOLO DICIOTTESIMO

(Leggi i post dal più remoto, "Bio", in avanti. Segui l'ordine che trovi nella sezione "Etichette". Fai doppio tap s...