martedì 29 luglio 2025

33. LA PAROLA ALL'AUTORE

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Quando immagino una parte di storia - o semplicemente condivido un pensiero su questo blog - muovo sempre da un’intenzione ben precisa: nella mia mente è ovvio il significato da comunicare, è chiaro l’indirizzo a cui condurre chi mi segue. Le parole scaturiscono da una sorgente che sembrerebbe appartenere a me - e a me soltanto.
Ma la faccenda, qui, non è affatto univoca: chi interagisce con il testo mette in circolo le sue vibrazioni, diventa artefice congiunto nel processo creativo. Il lettore, portando con sé altre possibili interpretazioni, coglie messaggi che io non avevo previsto, che non avevo immaginato neppure per scherzo… o magari sì, ma senza saperlo?
Ed è qui che il chicco da me seminato germoglia, che la pianta ramifica ben oltre le aspettative: l’inchiostro sulla pagina bianca si arricchisce durante l’incontro con il lettore - perché chi legge, con la sua sensibilità, il suo bagaglio, la sua forma mentis, conferisce un’impronta personalissima al testo già nato.
Le frasi si ampliano ed evolvono in questo scambio, la scrittura vive, si nutre e si rigenera: ogni volta che qualcuno accede a un brano e lo interpreta, aggiunge anche qualcosa di suo. E così il cerchio si allarga, in uno sviluppo privo di qualunque confine, grazie al quale costruiamo un ponte per giungere alla meta insieme.

Quindi grazie. A chi legge, a chi condivide, a chi risuona. Anche a chi mi sorprende. 
Perché tutto questo non lo creo da sola 🩷


venerdì 25 luglio 2025

32. CAPITOLO QUATTORDICESIMO

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Ogni primo sabato del mese io e le girls facciamo un giretto al mercato delle spezie, un luogo accattivante e un po’ esotico in cui comprare frutta secca, diffusori per ambiente dall’aroma particolare, elaborate rose essiccate – la merce più simile a una creazione d’arte che il nostro quartiere sia in grado di offrire. Il mercato è sempre aperto, perfino per le feste comandate, ed è allestito in una struttura riparata che risale agli inizi del secolo scorso, ideale per spendere qualche ora tranquilla anche quando il cielo è fosco e il vento fischia insistente.
Lunetta, famosa per essere la più spendacciona, attende ogni volta trepidante di varcare la soglia delle sue botteghe preferite, e rincasa immancabilmente con le braccia cariche di sacchettini contenenti curcuma, zafferano e noce moscata, noti per le loro qualità benefiche; ma oggi, quando ormai le lancette dell’orologio segnano le dieci e trenta e noi la stiamo aspettando da mezzora, una vocina interiore mi dice che le cose seguiranno un altro corso. Sabrina la cerca a più riprese sul cellulare, ma la sua costanza non viene premiata – se non dalla voce registrata che ci informa di come il telefono sia staccato e la persona non raggiungibile. 
Decidiamo di proseguire senza di lei. Passeggiando per i corridoi del mercato coperto, le ipotesi sull’assenza di Lunetta si fanno molteplici: è strano, in precedenza non è mai mancata all’appello. 
“Vorrà risparmiare e avrà deciso di restarsene a casa per non cadere in tentazione” dice Valeria, spruzzando sul polso il tester di un profumo al sandalo.
"Ma quando mai, risparmiare, figuriamoci! Lunetta ha le mani bucate. E poi, è gonfia di quattrini come un uovo.”
“Bah, sia come sia poteva fare lo sforzo di avvisare…”
Congettura dopo congettura visitiamo tutti gli stand a cui siamo affezionate, senza però venire a capo del mistero. Io preferirei non esprimermi, perché Lunetta è ormai materia delicata; ma le ragazze, invidiose del nostro stretto legame e completamente ignare degli ultimi accadimenti, mi invitano con insistenza ad esternare la mia opinione, mostrandosi stupite quando faccio spallucce.
"Strano, avrei giurato che di recente l’avessi vista almeno tu. L’ultima volta che ci siamo sentite ha sicuramente accennato alla sala prove, doveva avere appuntamento con Milo… e con te, o almeno così pensavo” fa Sabrina, e il suo tono compiaciuto non mi piace per niente, così come non mi va giù quel sorrisetto canzonatore. Decisa a fare buon viso a cattivo gioco, confermo che sì, certo, sapevo che si era fatta viva, ma che non avevo avuto la possibilità di raggiungerli. 
Le espressioni che mi circondano giurano che non le ho convinte affatto, ma le girls rimangono in silenzio perché non hanno la minima possibilità di smentirmi. E così il discorso muore subito, per mia fortuna, anche perché Sabrina si è già fatta distrarre dalle novità del suo rivenditore di fiducia, un anziano mago del commercio che sembra possedere tutte le tonalità di mascara esistenti sul pianeta; quest’uomo sa proprio il fatto suo, dopo lunga e vivace contrattazione non è solo la borsa di Sabrina ad aprirsi per lasciare che il portafoglio veda la luce. Ma il nuovo rimmel è un diversivo che esauriremo presto e io, avendo già avuto occasione di appurare che non sono un granché come racconta-balle, manovro in modo da ricondurre il gruppo sulla via di casa: so bene che un’indagine più approfondita da parte di queste due mi smaschererebbe all’istante.

Più tardi, mentre cammino sola e mesta lungo il viale, osservo le lampade già accese dietro vetri e tendine; la giornata è scura, sembra quasi autunno. Mi perdo a osservare gli appartamenti della città, indovinando quello che succede in ogni interno. Immagino una moltitudine di persone, gente di tutte le età, bimbi senza pensieri, vecchi al termine della loro esistenza, mamme indaffarate di ritorno dal lavoro, tutti con una peculiare vicenda da raccontare, e tutti, ma proprio tutti, molto più contenti di me. O forse sono semplicemente inconsapevoli, non vedono l’acciaio dietro cui sono rinchiusi: ma il risultato, alla fine, è il medesimo, sono liberi per il solo fatto di non conoscere la loro prigione. Mentre io, che ho osato chiamarla col suo nome, non riesco più a mettere il naso fuori dalle sue sbarre.

L’aria in tumulto che spazza la vallata ammassa in cielo nubi rigonfie di pioggia, gelandomi il naso e la punta delle dita. Ma il freddo che mi buca l’epidermide è niente rispetto alla lastra di ghiaccio che si è solidificata attorno al mio cuore, uno spesso strato di dolore nero come pece; non so davvero se riuscirò mai a rimuoverla.
Mentre salgo i gradini davanti al pub, avvisto ancora la bambina, avviluppata nei suoi panni scuri. Ha con sé un’espressione dura, sanguinante, e preferisco non avvicinarla neppure.

Appoggiata al banco del locale, invio un messaggio a Milo, intimandogli di raggiungermi. Non ho voglia di aspettare i suoi comodi fino a stasera, e lui non ha scuse per rifiutare: non salta mai la pausa pranzo, a meno di non essere a un passo da un concerto importante – e non è questo il caso.





lunedì 21 luglio 2025

31. LA PAROLA ALL'AUTORE

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Divieni ciò che sei
Viaggiare. Andare. Esplorare. 
Conoscere il mondo di fuori. 
Un weekend a Madrid, un ritiro in Oriente, un tramonto sulla spiaggia: cosa può esserci di più desiderabile?
Ma esiste un altro viaggio, celato e silenzioso, che non regala foto da postare né aneddoti da condividere davanti a una pizza. 
È un viaggio nel profondo, da intraprendere non per segnare nuovi traguardi sulla cartina, bensì per incontrare noi stessi.

Sull’argomento è stato scritto in lungo e in largo, e in ogni epoca: se ne trovano tracce nella filosofia, nella letteratura, in qualunque credo e in qualunque religione. Usando linguaggi differenti, le varie discipline convergono tutte verso lo stesso punto: scoprire l’essenza, accettare il volere superiore di una saggezza assai più alta della nostra.
E in effetti tutti noi, prima o poi, avvertiamo il bisogno di elevarci: sentiamo nel petto un bisbiglio, che si fa via via più tenace, e che ci chiede di allinearci a un progetto che l’anima ha fissato da tempo. Ci viene comandato, insomma, di divenire quel che già siamo
Può sembrare subordinazione, una chiara rinuncia al libero arbitrio; ma si tratta, in realtà, di un abbandono consapevole, di imparare a fluire con la vita anziché resisterle. Si tratta di fidarsi davvero… per giungere finalmente a casa.

Anche la religione cristiana, in molti momenti, ci mostra questa dinamica. 
Quando si parla della resurrezione di Lazzaro, ad esempio, non si sottolinea soltanto il miracolo compiuto da Gesù, ma anche il risveglio a un’esistenza nuova.
Ancora più significativa è la costante enfasi di Cristo sulla volontà del Padre: non per annullare la propria individualità, ma per connettersi con un proposito divino che supera la dimensione egoica. Questa sottomissione non è debolezza né passività: è la massima forza. La frase Non la mia, ma la tua volontà sia fatta allude proprio a questo.
Gesù ci mostra che la vera libertà è abbracciare il proprio destino spirituale, e lo stesso fa Maria quando dice: “Eccomi, sono la serva del Signore”, manifestando un’adesione potente alla grazia che opera nell’intimo.
Cristo è una figura straordinaria, è il Maestro che ci dona l’insegnamento più prezioso: il richiamo alla scintilla divina e creativa che abita l’uomo.

Lo stesso vale per la religione musulmana, che ci invita ad affidarci all’ordine più grande di cui facciamo parte; questo abbandono implica resa e obbedienza completa al Dio unico. 
La parola Islam è legata ai concetti di pace e sottomissione, e la connessione fra i due termini è significativa: chi si arrende alla volontà di Dio trova equilibrio e serenità, perché smette di agire contro il flusso della propria spontanea natura.

Nella Divina Commedia, infine, rivediamo il medesimo concetto. Il viaggio nei regni dell’oltretomba è qualcosa in più rispetto a una mera visita all’aldilà: è l’allegoria del risveglio dell’anima, che compie il suo destino riconoscendo la propria identità. Mentre attraversa Inferno, Purgatorio e Paradiso, nel poeta avviene una trasformazione responsabile; la sua è un’ascesa simbolica e spirituale, che va oltre il significato letterale del testo. 
Dante si ribella, si smarrisce, ha paura: vorrebbe evitare il bosco oscuro e intricato che Virgilio gli indica, perché è l’ingresso in uno stato di caos e confusione. 
Ma l’attraversamento della selva è una prova fondamentale, necessaria a chi prende coscienza di sé e si ritrova dopo lo smarrimento. 
Tentare di sottrarsi non conduce a niente; la vera libertà si conquista smettendo di lottare e iniziando a nuotare nel senso della corrente. O, per metterla con l’autore, a soggiacere a maggior forza e a miglior natura. 


C’è chi mi ha tacciata di buonismo per aver cercato una matrice comune tra le tante visioni del mondo. Ma non si tratta affatto di questo: tento invece di riconoscere una radice condivisa, su cui poggia lo scibile umano nel suo complesso.
Magari le parole cambiano e i simboli sono diversi; ma alla fine è l’anima che detta legge. È lei a riconoscere con lucidità ciò che è autentico, al di là delle forme che scegliamo per esprimerlo.

Nota: questo pezzo deve molto alle idee di C.G.Jung e di Giorgia Sitta.





mercoledì 16 luglio 2025

30. CAPITOLO TREDICESIMO

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Non mi accorgo di come la mia mente sia confusa fino a quando, una mattina a colazione, Milo rievoca con nostalgia la tartare gustata qualche settimana fa al ristorantino sul molo. Lì per lì mi coglie impreparata: “Che tartare?” domando meravigliata imburrando il pane, e dallo sguardo che mi restituisce afferro la verità al volo: la chimica sta avendo la meglio sui miei neuroni. Mi osserva guardingo, poi cerca di buttarla sullo scherzo: “E su, che memoria corta che hai, al mare ti sei sparata mezzo chilo di tonno! Non so come fai a mantenerti tanto secchina.”
“Non era mezzo chilo, e comunque ne hai rubato la metà.”
“Io?”
“Tu” rispondo sprezzante, nel tentativo – vano - di mostrare noncuranza. Ma subito mi concentro sul piatto servito dal cameriere quella sera, per assicurarmi di visualizzarlo ancora; con un po’ di sforzo riesco a risentirne perfino il gusto. Delizioso. Rincuorata – e, a dispetto di tutti i suoi discorsi, noto che lo è anche Milo – inizio a passare in rassegna il resto, ricordi che mi premono molto più di una semplice cenetta romantica: il volto di mia madre poco prima di morire, il momento in cui un affascinante sconosciuto mi rivolse la parola al Temet Nosce, rivelandomi di essere il leader di uno dei gruppi della serata, la trepidazione per la prima presentazione organizzata in libreria dal mio precedente editore. C’è tutto, ogni pezzo del mosaico è al proprio posto, le facce, i gesti, le mie emozioni. Ma queste sono immagini secolari, tenaci, ormai parte radicata di me; ho il sospetto che i problemi riguardino piuttosto gli ultimi mesi. Rifletto un istante: con la capacità innata che ho di esporre gli eventi, forse basterebbe procurarsi un quaderno e buttar giù qualche riga, tanto per avere la certezza di non perdere per strada nessun particolare interessante. Ma accantono l’idea in fretta. Non posso essere sicura che rileggendo un diario proverei le stesse intense sensazioni di una volta, la potenza del ricordo è un altro paio di maniche: che tristezza accontentarsi di un’eco sbiadita! E ci sono cose che non saprei spiegare chiaramente: la voce di Jan, per esempio, come si può raccontare una voce sopra un foglio, l’impatto che ha su tutto il tuo essere? Nel pormi questa domanda, mi sovviene che forse già ora non rammento bene alcuni dettagli della sua persona: ha la barba, giusto? Oppure non ce l’ha? E i capelli sono lunghi veramente? Per il momento lascio perdere, intenzionata come sono a tenermi su. Ci penserò più tardi. Mi rivolgo di nuovo a Milo, che nel frattempo sta recuperando dalla mensola qualcosa di peso e assai ingombrante: è la sua preziosa scacchiera in marmo artigianale, costituita da pezzi talmente raffinati che il suo acquisto ha richiesto un permesso speciale. Gli faccio presente che non so giocare, ma lui ribatte che è tempo di imparare qualche mossa: “Ti ho spiegato cento volte le regole principali, ora vediamo se mi sei stata a sentire.” 
Gli sorrido riconoscente: vuol distrarmi dal pensiero di quelle dannate fiale e dalle loro conseguenze sulla mia persona. Non credo funzionerà, ma tentar non nuoce. Milo ha sempre la risposta giusta, ogni volta è lì che si occupa di me: che diavolo farei senza?

Nascosti sotto la coperta, ci esploriamo a vicenda; sciogliersi nel suo abbraccio è un passaggio dolce come al solito, ma stavolta, accanto alla passione, avverto un altro sentimento - una tensione, rigida e mal trattenuta, che stento a definire. A dispetto di tutto il nostro amore, è proprio lei la protagonista, è lei a fonderci assieme questa notte. 
Ancora allacciati, ci eclissiamo in un sonno agitato finché la pendola, dalla cucina, rintocca mezzanotte. 

In capo a un’ora mi sveglio ansante, come se avessi corso a perdifiato. Ho avuto un altro incubo, ho perfino gridato, ma tanto non sono di disturbo a nessuno: Milo, dovendo lavorare presto domattina, ha preferito tornarsene al suo appartamento e io giaccio sola soletta nel mio lettone. 
Mi alzo, premo l’interruttore della lampada sul comodino e mi guardo angosciata nello specchio. Poi osservo le mie mani, nella speranza che il vecchio trucco possa qualcosa contro la folle corsa del mio battito cardiaco. Poco a poco mi calmo e vorrei non richiamare le immagini del sogno appena interrotto, ma quelle si fanno strada dispotiche, come un nastro su cui è impresso il più osceno dei film, di cui la mia coscienza non perde alcun fotogramma. Era tutto così vivido: via dei Salici, lunga e ricurva, la fontana monumentale dagli spettacolari intarsi, l’espressione bonaria del Maestro mentre si rivolge agli studenti fra i colori accesi del parco. 
E poi Jan col suo mezzo sorriso, soprattutto Jan, intento al lavoro dinnanzi alla tela superba. Questo e altro ancora naufragava in una pozzanghera stagnante ai miei piedi, vermiglia e densa come sangue, in cui i ricordi si mescolavano col fondo fangoso fino a dissolversi del tutto. 
Sento la rabbia che monta, non riesco a sopportarlo, non tollero che l’incubo divenga realtà.
Mi precipito al comò, apro il primo cassetto, estraggo la scatola di fiale: le conto, ce ne sono ancora così tante da utilizzare! Troppe. Scorro frenetica il bugiardino, alla ricerca di maggiori informazioni, ma sulla questione “pipì” non è spiegato quasi nulla; si allude solo superficialmente all’aspetto rossastro delle urine, raccomandando caldamente di non darci peso. 
Rievoco le parole del Dottor Cautiverio: ha parlato di una sfumatura, non di uno scuro magenta, e quella sfumatura esiste già, è leggera ma al contempo evidente. E io so bene cosa bisogna fare: sospendere momentaneamente le iniezioni, ecco la scappatoia, per riprenderle a qualche giorno dalla prossima visita, così da mantenere pressoché intatte le mie memorie senza per questo compromettere gli effetti del pigmento contenuto in quell’odioso e assurdo medicinale. 
Gongolo davanti allo specchio per un po’, immensamente compiaciuta di me stessa: non è una trovata geniale? 
A dispetto dell’onda anomala che minaccia di travolgermi, scelgo di avanzare dritta sulla strada che mi è dato di percorrere. Sono io a condurre, dopotutto, io che imposto navigatore e direzione.


domenica 13 luglio 2025

29. LA PAROLA ALL'AUTORE

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Se vi state chiedendo da dove mi arrivi l'ispirazione per scrivere, la risposta alla vostra curiosità è semplice: dalle normali esperienze di ogni giorno.
A tutta prima può suonare buffo, poiché l’ambientazione in cui Liz e gli altri personaggi si muovono è distopica, lontana anni luce dalla realtà che conosciamo. 
Ciò nonostante, le radici delle vicende che racconto affondano puntualmente nel quotidiano, nel mondo variegato che ci circonda - fonte inesauribile cui attingere. È sufficiente una frase buttata là per caso ad attivare l’ingegno, a dar vita a protagonisti, sentimenti e situazioni di ogni genere. 
Il serbatoio del reale è un forziere ricco, che trabocca di inestimabili tesori: perché non approfittarne?
Talvolta, ma con frequenza assai minore, lo spunto narrativo arriva dall’universo onirico. I sogni, in qualunque veste affiorino alla coscienza, sono un campo fertile e imprevedibile: frammenti di visioni notturne, ancora ben impresse al risveglio, sanno trasformarsi in stimoli eccezionali per la creatività, riuscendo a sbloccare le ali della fantasia più intorpidita.
L’originalità risiede nel nostro vivere; che sia nelle ore di veglia, che sia durante il sonno… è la vita vera a mettere in moto le potenzialità del nostro genio. Basta cogliere i comuni (ma straordinari!) fenomeni di cui siamo testimoni nell’arco delle ventiquattro ore per rendercene conto: ogni alba è l’inizio di una nuova narrazione, senz’altro migliore delle precedenti❤





venerdì 11 luglio 2025

28. ESPANSIONI

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Sotto il nome Espansioni trovate quella parte di narrazione che segue le esistenze dei nostri personaggi, ma non compare nel testo originale; perché il mondo di Liz si apre su nuovi orizzonti...


Jan e il Maestro: due strade che si incrociano
Quando ormai, vista l’ora tarda, mi consideravo al sicuro, ecco che Liz si materializza sulla porta di punto in bianco: è chiaro come il sole che il Maestro le ha svelato il nostro confidenziale trucchetto - altrimenti non sarebbe mai stata in grado di introdursi nell’atelier dopo la chiusura.
Sopra il cavalletto troneggia “Oltre la Superficie”, il mio capolavoro, la tela che sento dentro con maggiore intensità; non potrò mai realizzare un altro pezzo tanto significativo, neppure in un milione di anni, neppure in un trilione di collezioni. Questo dipinto è me, me spiccicato, la mia intera vita confessata in poco più di un metro quadro. Sconvolto, allungo una mano verso la ragazza, con la speranza di blandirla, di zittirla, di bloccare quel grido scellerato che potrebbe tradirmi irreparabilmente. Sono nudo in questo momento, un povero animale ferito e vulnerabile; ma, con mio immenso sollievo, lei non apre bocca. Però mi osserva, rivolgendomi un’attenzione tutta nuova. Appare più rispettosa, adesso che intuisce chi sono davvero, e una calda ondata di piacevole orgoglio mi pervade dalla radice dei capelli alle punta delle scarpe da lavoro.
D’un tratto, un ricordo mi si accende davanti agli occhi, una scena avvenuta diversi anni fa, ma ancora vivida in tutte le sue caratteristiche…

*

… mi trovo in riva al grande lago della Zona Cinque, con in mano un carboncino di fortuna, solo come Venere affissa all’orizzonte del tramonto. Convinto che nessuno potrà sorprendermi in questo luogo isolato, disegno frenetico su una banda di cartone, strappata malamente da un vecchio contenitore del latte. Sono così rapito dai miei traffici personali che non rilevo la presenza appena giunta alle mie spalle; è solo al suo colpo di tosse che capisco di avere compagnia. Allarmato, sobbalzo e mi volto, pronto a scontrarmi con le Squadre di Rimozione. Pronto a schizzare via, se la situazione dovesse volgere al peggio. Pronto a chinarmi per afferrare un sasso e lanciarlo al mio assalitore, se si arrivasse allo scontro fisico. Ma dietro di me c’è un innocuo, affabile signore di mezza età, un tizio eccessivamente rotondetto per corrermi dietro - e senza dubbio incapace di sovrastarmi fisicamente. 
Gli lancio un'occhiata colpevole, meditando comunque di darmela a gambe; ma quello fa roteare il bastone da passeggio e lo punta  contro il mio petto, con la speranza di bloccare la mia fuga imminente: “Giovanotto” mi apostrofa, con voce niente affatto minacciosa, “da dove esce il carboncino che nascondi maldestramente dietro la schiena?” 
Il suo sguardo è paterno e cortese, e io, abbandonata ogni logica, mi azzardo ad annunciare la verità a questo sconosciuto: “È opera mia… un processo al quale mi sono dedicato per giorni. All’inizio continuavo a bruciare il legno all’aria aperta, e i primi tentativi si sono rivelati un fiasco totale… ottenevo soltanto cenere. Ma quando ho pensato di bruciare i rametti all’interno di una latta per biscotti in disuso, il risultato è cambiato al cento per cento” concludo, soddisfatto dell’esito dei miei esperimenti. Poi, spinto dalla sete di condivisione, aggiungo: “I carboncini migliori si ottengono dal salice: lasciano un segno opaco e uniforme, sono leggeri e maneggevoli, si sfumano senza fatica! Ma soprattutto” e qui abbasso i toni, improvvisando un’aria complice, “tracciano linee della lunghezza che desidero.”
Lo scorso inverno, quando già ero stato inquadrato in Classe Otto, ho cercato di fare uno schizzo con la matita per occhi di mia madre. Il sogno di accedere al Rango Cinque era evaporato per sempre, ma io, ostinato più di un mulo, non volevo gettare la spugna. Sebbene i block notes nel nostro cassetto mostrino un taglio idoneo agli Ausiliari - parlo di insulsi rettangolini, buoni per appuntare la lista della spesa - speravo di arrangiarmi: mi sarei adattato a ritrarre minuscole illustrazioni monocromatiche. 
Ma non avevo fatto i conti con la tecnologia impiegata per produrre il kajal della Classe Otto: se tenti di tracciare una linea più lunga dello standard tollerato, il tratto svanisce come per magia, proprio come farebbe l’inchiostro simpatico; peccato che, in questo caso, il segno non torni mai visibile, neppure ricorrendo al più ingegnoso degli espedienti. Un pizzico di make up è consentito anche da noi, ma sempre in quantità irrisorie; non serve un rigo che tocchi lo zigomo per sottolineare il nostro sguardo… e, soprattutto, non devono diffondersi lapis improvvisati fra le nostre file! Le Autorità non fornirebbero mai a chi non è pittore i mezzi per realizzare arte visiva. 
Così quel giorno il Sistema era riuscito a piegarmi - ma non ero ancora sconfitto del tutto; e, finalmente, oggi ho in pugno il modo di aggirare la regola.
Non ho motivo di raccontare queste dinamiche al  rubicondo signore che mi sta davanti; ne è già a conoscenza. Ma contro ogni buonsenso so che posso fidarmi; sento che questa persona mi aiuterà, se appena ci riesce, che mi richiamerà alla vita vera. Perché mi vede come un individuo e non come un tassello all’interno di un Sistema che ci spersonalizza.
La parte rifiutata e sepolta di me potrà finalmente salvarsi dai lacci di chi desidera trattenerla nell’ombra.








 

   





martedì 8 luglio 2025

27. CAPITOLO DODICESIMO

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I giorni sul calendario passano a rilento, ma comunque scivolano via, e in men che non si dica mi ritrovo nuovamente alla scrivania del Dottor Cautiverio. 
Mi sono fatta grandi beffe della prescrizione che mi aveva fatto, ma sono stata abbastanza sveglia da procurarmi il farmaco, di cui posso produrre scontrino e fialette opportunamente svuotate. Ho con me pure il campione richiesto, se crede che stia assumendo qualcosa di illecito posso provare che ha preso un granchio. Controlli pure quanto vuole.
Lui mi osserva, risparmiandomi la sfilza di domande a cui mi aveva sottoposta settimane fa. Ha però un’aria scettica che non comprendo; è evidente che ho toppato in qualche particolare nel mettere in piedi la mia commedia. Mi sa che non sono poi la gran volpe che immaginavo.
“Cara signorina” esordisce con glaciale cortesia, “se si fosse attenuta alla cura come dice, l’urina all’interno della provetta sarebbe di una bella sfumatura rossastra. Ma lei non può saperlo, perché è chiaro come il sole che non si è degnata di leggere il foglietto illustrativo; in caso contrario, avrebbe almeno tentato di truccarla un po’.”
Idiota, mi rimprovero mentalmente, quanto sei idiota! Il dottore dice il vero, non ho mai aperto quel foglio; ma come potevo sospettare che uno degli effetti di quella roba fosse tingere la mia pipì? Non mi sognavo neppure che esistessero farmaci con un tale effetto. 
Mi passo la lingua sulle labbra e aspetto il resto trattenendo il fiato.
“Adesso le dico cosa faremo: siccome non sono cattivo, le darò un’ulteriore possibilità, a patto di non essere preso ancora per il culo. Basta con la sua sfacciataggine. Assuma la medicina e si ripresenti fra due settimane. Senza fregature, o coinvolgeremo il suo fidanzato. Buona giornata.”
Ciò detto, si avvia verso la porta, la spalanca e mi guarda con quei duri pezzi di granito che si ritrova al posto degli occhi; io mi faccio piccola piccola e scivolo fuori, spazzata via con fretta e disgusto manco fossi un insetto raccapricciante.

Guidando verso casa rimugino sulle parole del sanitario; il suo tono e la scelta delle espressioni assicurano che c’è poco da scherzare. Stavolta non sarò in grado di svicolare, come ignorare le sue disposizioni? La minaccia di coinvolgere il mio ragazzo – anche se non vedo a che titolo – mi turba enormemente. Devo mettermi in contatto con lui, avvertirlo. 

Aprendo la porta dell’appartamento, a ogni modo, scopro che sollevare la cornetta non è necessario: Milo mi ha preceduta ed è già là, in attesa, sprofondato nel pouf al centro del soggiorno. Le gambe mi tremano per il sollievo, non mi ero accorta di aver tanta voglia di saperlo al suo posto, di fianco a me: “Sei venuto.” 
“Sarei venuto dai confini della terra. So quando c’è bisogno di me. Com’è andata la visita?” chiede e io avrei voglia di sciogliermi in pianto, ma resisto alla tentazione; niente ipocrisie, per le mie miserie non ho che da incolpare me stessa. Adesso è giusto pensare a lui: “Ha detto che prenderanno contatto con te” dico, poi snocciolo tutto il resto parola per parola, fissandomi i piedi, troppo imbarazzata per sostenere il suo sguardo. Ma al termine del racconto lui rimane tranquillo – oppure nasconde l’agitazione dietro la maschera del giocatore di poker. 
“Calma. Calma” ripete, “nessuno verrà a cercarmi, ma è necessario che tu segua le disposizioni. Per il tuo bene” conclude, e ha su un cipiglio che non ammette replica. 
Mi affretto a promettere che non farò storie in futuro, che porterò a termine il trattamento “fino all’ultima boccetta” e Milo pare soddisfatto della mia sollecitudine. È tanto riconoscente al Dottore per avermi dato una seconda chance che quasi quasi lo considero magnanimo anch’io, eppure quella fiammella di ribellione che mi porto dentro non si rassegna a morire completamente: perché ricorrere a una dannata cura quando si è sani come un banco di sardine?
Esaminando la nuova scatola di fialette Olvido che Milo si è procurato, apprendiamo che il farmaco va somministrato ogni mattina a digiuno e che i suoi effetti non tarderanno ad arrivare – compreso un subitaneo miglioramento dell’umore, stando ai prodigi promessi dalle istruzioni. 
Milo si fa nuovamente avanti per le iniezioni e questa volta non posso non acconsentire. A puntura fatta, lui sembra alzarsi da un letto di spine; ampiamente rilassato, mi prepara una colazione da regina e propone una visita alla nostra biblioteca preferita.
La biblioteca si trova in centro, all’interno di un ex convento situato su più piani, dall’ultimo dei quali si gode una vista spettacolare: gli eleganti palazzi sono a portata di mano, ti illudi di poterli toccare con un dito, e di recente hanno pure aperto una caffetteria, con postazioni ad hoc per studenti e pratiche poltroncine per lettori più attempati. Quest’edificio conserva volumi a migliaia, alcuni molto antichi, altri di ultima pubblicazione; per due come noi la permanenza qui è un paradiso, spesso spendiamo ore tra i vecchi scaffali carichi. Mentre mi attardo davanti ai classici, Milo sparisce nel reparto musicale, per riemergerne dopo qualche tempo con diversi tesori fra le braccia. Mi mostra trionfante le novità che ha scovato, una inesauribile pila di libri su cui troneggia una raccolta delle mie, e io so che questo è un messaggio, il cui codice non è arduo da decifrare: non ti servono modelli da seguire o vite altrui da invidiare, sei già ricca così come sei. 
Stringendo forte i miei racconti, si avvia al banco con la tessera del prestito già fra le dita, poi torna da me, proponendo di recarci giù al chiostro: là potremo leggiucchiare tranquilli per un po’, la vegetazione fitta a farci da schermo contro il sole feroce di mezzogiorno. 

Finiamo per trascorrere ore seduti su una delle antiche panchine in pietra, lui immerso per la centesima volta nelle mie novelle, io con matita e blocchetto pronti all’uso. La serenità di questo edificio ha fatto nascere in me l’improvvisa urgenza di scrivere, ma ogni volta che attacco una frase sono costretta a tornare indietro e cancellare: dalla mia penna non escono altro che allusioni al quartiere degli artisti, ma so di non potermi permettere il più piccolo accenno. Oh, se solo esistesse un luogo, fuori dallo spazio e fuori dal tempo, una piccola stanza invisibile in cui poterli incontrare di nuovo! Ne varcherei la soglia immediatamente, anche se si trattasse di un unico pomeriggio, di poche e fugaci ore da vivere insieme. Ci sono mille cose che vorrei condividere, e altre mille che vorrei spartissero con me. Ma un posto simile non l’hanno ancora inventato, perciò continuo testarda a pensarli, a pensarli forte e poi più forte, perché… chi lo sa? magari in questo modo sapranno quanto desideri vederli, magari in questo modo riusciranno a sentirmi.


venerdì 4 luglio 2025

26. LA PAROLA ALL'AUTORE


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Zona di Comfort e Crescita Personale: perché Restare al Sicuro non ci aiuta a Evolvere
Non sarà che il nostro Milo confonda il buonsenso con la paura? Che chiami virtù ciò che, in fondo in fondo, è mero adattamento? Scuote la testa e si ritiene nel giusto, convinto di doversi proteggere: ma proteggere da che cosa? L’ombra che lo minaccia è davvero là fuori? 

La zona di comfort è quel terreno fatto di comportamenti e situazioni familiari in cui tutto è sotto controllo, in cui ci sentiamo al sicuro. È l’appiglio che garantisce la nostra salvaguardia. Si traveste da spazio idilliaco: zero stress, zero rischi, zero dispendio di energie. La zona di comfort non ammette fattori ansiogeni, per questo la difendiamo con le unghie e con i denti; ma proprio qui sta la fregatura, perché non genera nemmeno spazi per la crescita personale.
Per apprendere è necessario aprirsi alla sfida, al cambiamento, all’ignoto; è importante sviluppare nuove abilità e nuove prospettive, imparare a essere meno rigidi, meno innamorati del nostro dolce rifugio. Per la cronaca, non sto facendo lezione dall’alto delle mie competenze… al contrario, condivido la mia esperienza dalla base su cui mi vorrebbero livellata timori e titubanze!



Angoli di Conforto

Immobile

io.

Immobili

le sbarre.


Proteggono

me.

Proteggo

io loro?


Racchiudono

me.

Racchiudo

io loro?



*


Ferma

Al sicuro.

Stai sulla riva.


Se non ti immergi.

Asciutta, perdi.

I tesori del fondale.


Stai al sicuro.

Sulla riva.

Ferma.



*


Il cappio

si scioglie.

Il gancio

si spezza.


Si espande

il cerchio.

Si sfuma 

il limite.


Un’orma

sul terreno.

Appare oltre

il rifugio.


E infine, una precisazione: in ambito letterario, la mia passione è la prosa. Quando si parla di scrittura, la prosa è la mia voce naturale - con i suoi tempi, le sue pause, il suo largo respiro. Eppure talvolta, anche se non diventa mai la norma, un’emozione mi scatta dentro, priva della solita struttura ben articolata che mi ha fatto compagnia in mille racconti. E io allora, invece di fare resistenza, acchiappo carta e penna per buttare giù una manciata di righe, fotografando in modo circoscritto la mia immagine mentale. 
Questi versi, che mancano di qualsiasi metrica, non possono definirsi poesie nel senso classico del termine; ma, nella loro imperfezione, riescono tuttavia a parlare per me. Esattamente come in questo caso. Però non prendeteci l’abitudine, eh? 

Un enorme grazie a voi che mi seguite con interesse e partecipazione!❤






















martedì 1 luglio 2025

25. ESPANSIONI


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Sotto il nome Espansioni trovate quella parte di narrazione che segue le esistenze dei nostri personaggi, ma non compare nel testo originale; perché il mondo di Liz si dirama in modi inaspettati..


C'è la luna a brillare alta nel cielo, immobile sopra le tegole del mondo; tegole addormentate, tegole impaurite - tegole incapaci di guardare fuori da se stesse. 
Ma il piccolo Milo, almeno lui, è ben sveglio; vede tutto in chiaro, come un film proiettato sul grande schermo, sebbene le luci dell’abitato risultino spente. Perfino i lampioni lungo la strada proiettano un alone meno intenso del solito, ma il bambino non se ne stupisce; sa che, per agire indisturbate, le Squadre di Rimozione creano apposta una fitta penombra in simili occasioni.
Ma quella sorta di tenebra funge anche da segnale: è un codice, per raccomandare ai cittadini disciplinati di non muoversi da casa, di badare agli affari propri. Tira aria di guai, ammonisce quel segnale.
Milo, però, non può semplicemente occuparsi del suo orticello: questa notte le Squadre colpiranno le loro stanze, verranno a prendere sua madre - che ha lanciato una sfida personale al Sistema e alle sue leggi. Per chi si espone quanto lei, la pena prevista è massima: l’attende la reclusione, forse a vita, e Milo sa che difficilmente avrà la chance di abbracciarla ancora.
Si raccontano un sacco di aneddoti sulla Struttura, molti plausibili, alcuni insensati, altri difficili da incasellare. Eppure, di una cosa Milo è più che certo: se perdi lo status decretato dalla Commissione, non c’è alcun modo di riaverlo indietro. Se vieni rimosso dalla Zona cui appartieni, non troverai grazia sufficiente a riammetterti tra le mura cittadine.
Il bambino vorrebbe urlare, abbandonarsi ai lamenti, strattonare la gonna della madre per obbligarla a restargli accanto… ma non fa nulla di tutto ciò. Il padre lo ha istruito a dovere: “Se ti lasci prendere dal panico, faranno del male anche a noi. Sii forte. Sarai un ometto coraggioso, non è vero, tesoro mio?”

*

Di regola, quando gli interventi delle Squadre prendono di mira madri con giovane prole, le Autorità provvedono a coprire il buco, inviando al domicilio in questione un genitore surrogato; ma il padre di Milo non ha la forza di compilare il modulo, e pianifica in solitaria un’esistenza differente per sé e per il figlioletto. Entrambi recitano il nuovo copione senza smarrimenti, fingendo che gli ultimi fatti siano piovuti su teste diverse dalle loro, e adattando la routine domestica al recente ménage familiare. 
Per un tacito accordo, Milo non spenderà mai una parola sull’accaduto; ma il sentimento offerto alla donna che un tempo asseriva di amarlo inizierà a mutare faccia. L’affetto cieco del passato svanirà presto, cedendo il posto a un bruno risentimento, solcato da spesse venature tossiche: perché tante imprudenze quando bastava un po’ di cautela? Perché chiedere di più quando la vita non mostrava una grinza? Dov’era andata a cacciarsi la sua tipica impronta docile e accomodante? Neppure l’iniziale declassamento era servito a farla ragionare: aveva preferito l’arresto alla solida normalità delle loro giornate. 
A queste considerazioni, Milo scuoterà il capo ogni volta - soddisfattissimo, invece, del proprio buonsenso: allineato alle politiche del Sistema, comincerà a giudicarsi addirittura virtuoso… consapevole che lei, avventata e incontentabile, chiaramente incurante di quanto poteva capitare a lui, non ha esitato un secondo a voltargli le spalle.


sabato 28 giugno 2025

24. CAPITOLO UNDICESIMO

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Prima che me ne accorga arriva il trentesimo compleanno di Lunetta, e io e le girls organizziamo una vera e propria battuta di caccia per scovare un luogo memorabile in cui organizzare una festa di tendenza. La scelta cade su un’antica colonica a tre passi dalla città, posto ideale per beffarci del caos dei viali senza sentirci troppo isolati. 
Lo so, Lunetta avrebbe optato per una notte brava in discoteca, ma io e le ragazze siamo andate ben oltre: è stato ingaggiato un barista che sarà con noi fino in fondo, un tecnico che si occupi dello spettacolo pirotecnico, e abbiamo il permesso di trattenerci fino al mattino se lo riterremo opportuno – non vogliamo trovarci ubriachi al volante. Facciamo il consueto giro di telefonate, ci scervelliamo per indovinare cosa la nostra amica desideri in regalo – c’è chi propone il solito profumo, chi rilancia con un buono sconto da sfruttare in libreria, chi pensa a uno stock di prodotti per la pulizia della sua adorata automobile. Forse ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo, ma trent’anni si compiono una volta sola; è un traguardo importante, da celebrare come si deve. Ero furente con Lunetta e una parte di me lo è ancora, ma non permetterò che qualche ruggine di poco conto rovini l’evento. 
A dirla tutta sono un po’ nervosa. È la prima occasione in cui ritrovarsi tutti assieme, e io non ho nemmeno accennato a Milo che sono al corrente delle loro confidenze; però ho prudentemente messo in chiaro che del mio incontro col Dottor Cautiverio non deve essere informato nessuno.
Quando arriviamo è ancora presto, perciò ho il tempo di ritoccare il trucco mentre lui si assicura che ogni cosa sia in regola. Col passare delle ore il posto si fa sempre più affollato e verso le nove corriamo tutti a nasconderci, abbassiamo le luci e attendiamo l’ignara protagonista della serata. Quando Lunetta, attirata qui con una scusa banale, fa il suo ingresso nella sala grande, esplodiamo in un boato ruggente che la sorprende e la delizia al contempo. Tecnico e barista si accontentano di fischiettare, non potendo intonare “tanti auguri a te” assieme a noi; poi cominciano gli scherzi all’indirizzo della festeggiata: “Scommetto che non sei più tanto afflitta dall’invecchiare, eh?”, e lei è costretta ad ammettere che l’organizzazione ha dell’incredibile; è raggiante come una bimba. 
Di regola non amo ballare, ma non so resistere alla pista allestita sotto le stelle; ben determinata a ritrovare l’affiatamento che avevo con Milo, mi lancio in un twist scatenato strizzandogli l’occhio con intenzione, e lui mi segue a ruota. A ogni ballo ne succede immediatamente un altro fino a quando, fradici di sudore, ci avviamo al bancone improvvisato per concederci un drink.
Sorseggio ansante il mio bloody mary – rigorosamente con tequila, niente vodka per i miei gusti – quando Lunetta si materializza dal nulla e prende posto vicino a me sulla panca. "Serata fantastica, non so come farò a ringraziare tutti.” Si sventola un po’ con la mano, poi aggiunge sottovoce: “Perdonami per l’altro giorno, vuoi?”
Io sorrido, finalmente libera da un peso: “Ma certo, pietra sopra.”
Così si alza, nuovamente diretta verso la pista da ballo, io afferro Milo per un braccio e lo tiro a me con forza: “Restiamo anche per la notte? Il posto è immenso, non dovremo lottare troppo per un po’ di privacy.” Lui mi prende in parola, esaurisce l’ultimo shottino, mi solleva e mi carica in spalla, avviandosi verso la scala che conduce al piano superiore. Io batto radiosa le mani nel tumulto: scintille in vista.

Quando mi sveglio, con un leggero mal di testa e un filo di nausea, intorno a me è buio pesto. È notte fonda, tutti sono saliti a dormire, almeno a giudicare dalla quiete dell’ambiente. Cerco Milo a tentoni sul materasso vicino al mio e mi accorgo di essere rimasta sola, ma non mi preoccupo: sarà certamente alla toilette, dopo i fiumi di birra che si è scolato! Mi giro sull’altro fianco, sperando di risprofondare nel sonno senza che la camera ondeggi troppo, ma qualcosa cattura la mia attenzione: c’è qualcuno in corridoio, sento i bisbigli nell’oscurità. Chi può essere? 
La risposta arriva qualche minuto più tardi, quando Milo rientra in camera e il ticchettio dei passi del suo interlocutore si allontana in fretta; altro che bagno, era lui là fuori! E in compagnia di Lunetta per di più, riconoscerei la sua andatura fra mille. Cos’hanno adesso da confabulare?
Milo ha qualcosa in mano, qualcosa di piccolo e scuro che posa sul mio comodino senza fare rumore, qualcosa di poco visibile ma maledettamente somigliante al mio cellulare.
Umiliata e incredula non so se alzarmi e affrontarlo o continuare a fingere di dormire: come ha osato, e dopo che gli avevo chiesto discrezione! E quella vipera, invoca perdono per poi pugnalarmi alle spalle? 
Nei giorni seguenti una miriade di dubbi assedia il mio cuore: era la prima volta in cui il mio ragazzo mi controllava? Avranno certamente letto i miei messaggi, ma quali? Perché?
Mi torturo al pensiero che, quella notte, possano avermi nuovamente cercata dalla Zona Cinque; Milo potrebbe aver intercettato la chiamata, decidendo che sto meglio senza ulteriori notizie. 
Mi balocco con l’idea di contattare Jan io stessa, ma ho troppa paura di esporlo a un pericolo: finora ho gettato la prudenza al vento, che succederebbe se le linee telefoniche venissero tracciate? 
Non so come agire con Milo, non so se cercargli delle attenuanti oppure chiuderlo all’angolo. Mi arrovello per capire cosa lo spinga a comportarsi così: la gelosia? Un eccesso di ansia nei miei riguardi? O semplice timore per se stesso? Forse è proprio questo il problema: dopotutto, sapendo quello che sa e non correndo a denunciarmi, finirebbe di certo in cima alla più nera di tutte le liste.

Subito dopo la festa Milo si defila in sala prove; a sentir lui è per un impegno improvviso, ma il mio istinto femminile la sa più lunga. Mi sta evitando, ecco la verità, forse per rabbia o forse per paura, e devo ammettere che una parte di me è contenta così: la lontananza allarga la prospettiva, chissà che questo interludio non mi aiuti a sbollire un po’. Anche Lunetta è svanita dai radar e pure in questo caso non me la sento di sollecitare un incontro che finirebbe da schifo. 
No, meglio tentare nuove strategie per tenersi occupati. Che delizia sarebbe andare al lago per due bracciate, ormai la stagione lo permette, che beatitudine calarsi nella cornice verde di quelle fresche acque! Sospiro. Le spensierate nuotate estive risalgono a quand’ero bambina, sono un’altra delle mille cose che ho perso in seguito all’Inquadramento: i soli impianti sportivi presenti da queste parti sono destinati alla riabilitazione, non c’è verso di allenarsi un po’ se non con la lesione di un menisco! Alla sola idea la mia depressione si fa ancora più abissale. Zero atleti in Zona Quattro.
Perciò cerco di non pensare a niente, cerco di non indugiare sulla scatola di lenti a contatto che il mio ragazzo dimentica sempre sul tavolo, accanto alla cenere del suo tabacco, ed evito le tisane allo zenzero che di solito condividiamo, nella segreta speranza che lui stia facendo lo stesso, che accusi la mia mancanza almeno un poco.
Piuttosto, mi tuffo nel lavoro. In ufficio, benché taciturna, riesco ad essere affabile come al solito, e grazie al cielo Daria si comporta da persona discreta, intuendo che desidero solamente starmene in pace. 

martedì 24 giugno 2025

23. CAPITOLO DECIMO

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Sapendo che non ho nessuna pratica in materia, Milo è ben deciso ad aiutarmi con le iniezioni di Olvido, il farmaco indicato dal Dottor Cautiverio; ma io ho bisogno di capire se questa terapia intendo seguirla veramente - anche se mi guardo bene dal rivelarlo. Ogni volta che mi interrogo, mi rispondo di no: è così profondamente ingiusto! Obbedire ciecamente è la regola, ma stavolta non ho intenzione di darla vinta a nessuno.

Fingerò, non sarà poi così difficile. Racconterò che preferisco provvedere da sola a tutto, che il medico mi ha mostrato il sistema più indolore per le punture: Milo non mi crede capace di una tal recita e non avrà sospetti. Lo so, sarei più credibile se non avessi insistito tanto perché mi accompagnasse al centro sangue un anno fa, ma la situazione allora era totalmente diversa: intanto non si trattava di un semplice prelievo, ma di una vera e propria donazione – qui da noi le donazioni sono eventi obbligatori per la popolazione, il loro scopo è procurare a ogni Classe piena autonomia, sia mai che bussiamo alle emoteche altrui! Ma, per la verità, in quel caso era stata più che altro la macchina con tutti i suoi tubicini a mandarmi in tilt, non gli aghi; lo convincerò che non mi danno alcun fastidio, per quanto spessi e letali possano apparire.

Mi sono fasciata la testa inutilmente: Milo accetta la mia parola, perché non mi vede nella veste di chi osa lanciare la sfida. Pensa che io non abbia l’audacia necessaria, e fino a oggi era proprio così. Il che, se non mi fa onore, almeno gioca in mio favore nella situazione in cui mi trovo.

Solo una cosa mi spiace immensamente: che non si sia scomposto affatto. Alla notizia che mi si invita – mi si obbliga! – a danneggiare irreparabilmente la mia memoria, lui non ha aperto bocca, si è limitato a mettere a disposizione le sue squisite doti da infermiere, affrontando la questione unicamente dal punto di vista logistico: capisco che voglia difendere il Sistema che lo ha cresciuto, ma a qualunque costo? Anche quando calpesta quel poco di intimo che ci è rimasto? 

Si comporta come se tutto andasse per il verso giusto, come se ogni individuo venisse favorito nella vita, ma non è affatto così: se a lui è concesso regalarci le sue meravigliose canzoni, c’è chi invece vive nel divieto assoluto di tirare fuori ciò che ha dentro, quasi fosse inutile. O fosse un crimine. Solo la disciplina conta, con le sue sciocche regole, solo il nostro Inquadramento e il profitto che ci riesce di cavarne. Niente spazio per i desideri.

Questa profonda differenza di vedute mi amareggia molto e so che lui se n’è accorto; e, se non voglio casini, mi conviene lasciargli credere che sia il suo modo di fare ciò che mi angustia di più, ma sotto sotto c’è dell’altro. Non seguirò quell’infernale terapia, non accetto di scordare il quartiere degli artisti né quello che mi ha dato, non voglio cancellare Jan, la sua storia, la prova schiacciante che le gabbie dorate in cui viviamo non funzionano. Non mi ruberanno la sensazione tanto nitida del suo tocco sulla pelle, voglio tenere quell’immagine per sempre con me, giorno dopo giorno, anno dopo anno: non posso più tornare indietro ormai, le sue dita che mi sfiorano il polso sono diventate la mia versione personale di profondo. 

Di solito, quando Milo prepara la cena, io mi accomodo al tavolo di cucina e lo osservo controllare cottura e sapidità delle pietanze, aggiungere qualche spezia, sfumare con una goccia di vino: è un cuoco niente male, e non consulta mai un ricettario. Se è venerdì, mi concedo un calice di bianco fermo, il mio favorito, e mi godo l’aroma che aleggia nell’ambiente; Milo ha un sesto senso per l’armonia dei sapori, tenergli compagnia ai fornelli è ogni volta motivo di relax e di gioia. 

Eccezion fatta per gli ultimi giorni. Al momento sono un tantino avvelenata nei suoi riguardi e, sebbene non abbia voglia di ulteriori discussioni, non so spiegarmi perché lui non torni più sull’argomento: come se non ci fosse altro da approfondire, come se la questione sapesse d’aria fritta. Per lui il discorso è morto lì, mentre per me è ancora vivo e vegeto, mi ribolle nello stomaco come lava nella pancia di un vulcano. Mi sento trascurata, incompresa, e questo mi disorienta: mai quest’uomo mi aveva trasmesso sensazioni simili prima d’ora. Così trascorriamo assieme diverse serate funeree, consumando i pasti in silenzio. Le poche parole che ci scambiamo sono sciocchi convenevoli, semplici mezze frasi dalla mera funzione organizzativa, del tipo “mi fai il favore di passarmi il pane?” o “che danno stasera in tv?”

Andiamo avanti in questo modo per un po’, fino a che, finalmente, durante una passeggiata sul fiume al crepuscolo, le sue vere motivazioni vengono a galla. Camminiamo lentamente a lato di una strada poco trafficata, la luce fresca e azzurrina è quella che pian piano conduce verso sera. È ovvio che Milo si sente ispirato in modo particolare – oppure è solo stufo della piega lugubre che hanno preso le cose fra noi - perché si apre a confidenze di cui non avevo idea; tenendo ben salda la mia mano nella sua, inizia a raccontare fatti risalenti a molti anni addietro, quando era ancora un mocciosetto viziato.

La vicenda di cui mi mette a parte è piuttosto simile alla mia: una donna ancora giovane, collega di sua madre, che di punto in bianco diviene aspra e insoddisfatta, talmente inadempiente sul lavoro da ritrovarsi relegata in un’altra Classe. 

“In un’altra Classe? Non sapevo ci fosse modo di cambiare Rango” esclamo io, d’un tratto attentissima all’argomento: se un’eccezione è stata possibile in passato, forse potrà esserlo di nuovo, forse potrà esserlo per Jan. Sono tutta orecchi.

“Ma che hai capito?” sbuffa lui, “ciò che decide la Commissione è definitivo: non si sfugge all’Inquadramento, quella tizia è stata banalmente declassata. Certo non l’hanno inserita nelle Dominanti” replica amaro e sarcastico, e mi piacerebbe insistere sulle sue parole e sulla scelta del verbo “sfuggire”, ma non è il caso di star qui a puntualizzare. Secondo Milo la donna era stata trasferita nella Zona Otto senza grandi risultati e in capo a sei mesi le avevano trovato un letto in Struttura; per riparare il guasto, si diceva. La notte in cui l’avevano portata via era calda e afosa, i grilli cantavano a gran voce nel prato. Milo aveva osservato la sua finestra, un quadratino luminoso nell’inchiostro scuro delle ore piccole, poi aveva scorto lunghe ombre scivolare nel vuoto della strada sottostante, aveva udito passi volare su per le scale e singhiozzi convulsi fino allo spegnersi della casa intera. Non lo aveva più dimenticato.

“Questo non deve succedere anche a te” conclude fissandomi serio, e io incrocio le braccia risentita: so fare bene il mio lavoro. “Sono fra i migliori dell’ufficio” protesto.

Lui mi fa notare che l’inadempienza non è la sola causa di declassamento, e mi abbraccia tanto stretta che temo di soffocare: “Dolcezza mia, devi guardarti le spalle. Come vivrei se ti perdessi?”


domenica 22 giugno 2025

22. LA PAROLA ALL'AUTORE


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La necessità del vostro Feedback
Scrivere una distopia è come realizzare un castello di carte durante il terremoto: ogni carta (ogni regola, ogni dettaglio, ogni restrizione) deve incastrarsi perfettamente con le altre, ma il rischio che qualche pezzo traballi è costantemente dietro l’angolo.
Il mio mondo narrativo è incentrato su norme e divieti, e ciò porta facilmente a cadere in contraddizione: un dettaglio messo nero su bianco al primo paragrafo può risultare smentito in seguito, senza che io me ne renda minimamente conto.
Non si tratta di disattenzione; ma quando si descrive una dimensione diversa, con una logica tutta sua, è facilissimo, a un certo punto, incartarsi. Eppure il bello sta proprio qui - perché è qui che entrate in gioco voi. 
L’opinione dei lettori è necessaria a chi scrive: commenti, osservazioni, domande… tutto può trasformarsi in un feedback prezioso, che mi aiuta a vedere ciò che (non volendo!) mi perdo sullo sfondo - presa come sono dal racconto in primo piano.
E in questo caso i vostri suggerimenti hanno un valore ancora più grande, perché la mia difficoltà è doppia: il blog va oltre i limiti del romanzo tradizionale, è uno spazio in cui amplio la vicenda, aggiungo brani, esploro retroscena inattesi e punti di vista alternativi. Se tale libertà creativa, da un lato, è entusiasmante, d’altro canto amplifica al massimo le possibilità di errore.

Per questo vi ringrazio fin d’ora: ogni vostro contributo rende il mondo che sto costruendo più solido, più coerente e, soprattutto, più vivo.





giovedì 19 giugno 2025

21. ESPANSIONI


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Sotto il nome Espansioni trovate quella parte di narrazione che segue le esistenze dei nostri personaggi, ma non compare nel testo originale; perché il mondo di Liz è un organismo che va oltre...


Lunetta: Ho speso una buona metà del pomeriggio davanti allo specchio di camera, applicando ad arte un trucco leggero, capace di valorizzare labbra e zigomi senza essere troppo vistoso. Svolazzi e ghirigori non sono apprezzati in Zona Quattro, anche se realizzati con semplice kajal nero; per sciocca vanità, rischierei di beccarmi una bella multa, e non credo ne valga la pena. Chissà, invece, che capolavori di maquillage si vedono in giro nel Rango Cinque…
Forse avrei potuto osare un po’ di più almeno con la pettinatura, ma qua da noi le fonti di ispirazione sono piuttosto carenti; provo a lasciarmi contagiare dalle acconciature delle ragazze del quartiere, ma non trovo mai niente che mi scateni la fantasia. 
Privi di ritratti cui fare riferimento, persino gli specialisti nei saloni di bellezza sono a corto di idee: non esistono scatti di modelle acconciate, soltanto chilometriche descrizioni difficili da interpretare. 
Avessi ancora il vecchio catalogo della bisnonna! Lì, sì che scoverei spunti creativi!
Eppure, in tutta franchezza, non posso dirmi insoddisfatta del risultato: le mie lunghe ciocche brune incorniciano il volto alla perfezione, il corallo brilla lieve sul mio sorriso, la pelle emana una delicata, particolare fragranza agli agrumi… e sono certa che lui, sempre attento a ogni dettaglio, non si farà sfuggire la cura che gli ho dedicato. Perché è per lui (e lui soltanto!) che ho messo in piedi un restyling così meticoloso.
Per la serata mi attende il Temet Nosce, con la sua ottima selezione di cocktail e musicisti; e sebbene, per rotazione, il turno oggi non spetti a Milo, so per certo che presto o tardi si presenterà, tuffandosi fra il pubblico per godersi lo spettacolo. E, si spera, comparirà da solo: mi si stanno anchilosando le dita a furia di tenerle incrociate.
Nell’attimo in cui oltrepasso l’insegna bianca e rossa del locale, sono un leone ruggente; anzi, una leonessa, lanciata sulle tracce di una preda che non può sfuggirmi. Scendo giù, sotto il livello della strada, euforica. Ma come poggio il tacco sull’ultimo gradino, il corallo passato con tanta premura si fa gelido sulle mie labbra. 
Mi consolo pensando che la mia previsione era stata azzeccata: lui è davvero là, seduto a un tavolo tra la folla, con il suo approccio irresistibile. Ma il posto accanto al suo non è affatto vacante. Milo si è trovato compagnia, una compagnia che conosco a fondo: Liz Di Bianco, la mia deliziosa collega del piano terreno, un soggetto a me graditissimo fino a pochi secondi fa. 
Liz, la mia fidata amica dai tempi del liceo.
L’espressione di trionfo che sfoggiavo all’entrata si increspa, implode - e con lei implode tutto il mio animo. Ma non ho da temere figuracce: quei due appaiono troppo presi, troppo concentrati per gettare uno sguardo oltre il loro intimo microcosmo e leggere l’amarezza che mi pervade… mentre io sprofondo in mezzo ai flutti torrenziali di una cascata in piena.

*

Ripenso a quando, ancora ansanti, indugiavamo sul letto, stretti in un abbraccio; a quando appoggiavo il mio stupido cuore sopra il tuo petto. A come tenevo i miei sogni lì, a contrasto, sperando che l’impatto tra noi producesse polvere di stelle… mentre mi è chiaro, adesso, che l’aura del mio pianeta non ha mai sfiorato il tuo, neppure ai margini…
La sola speranza è che per te la monogamia non abbia poi tutto questo peso; nel nostro Rango la fedeltà conta assai poco, e tu ti sei sempre definito un figlio del vento, sovrano di te stesso. Ma la devozione e l’intensità con cui ti rivolgi a Liz mi dicono che i riflettori sulla tua vita da uomo libero si stanno affievolendo: guidato da una scintilla interna, trai vigore dallo stesso incendio che divampa quando affronti il palcoscenico.
Con i crampi allo stomaco, ti osservo rinunciare alla possibilità di immergerti in me, in noi - mentre aggiusti la rotta verso un orizzonte inesplorato.



martedì 17 giugno 2025

20. CAPITOLO NONO

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Lunetta propone un giro in centro, tanto per fare due chiacchiere e guardare le vetrine, io decido di accontentarla perché sento di averla trascurata ultimamente; ma avrei preferito di gran lunga una passeggiata sulle colline, per perdermi nel mantello viola dei campi profumati di lavanda.
Passa a prendermi con la sua decapottabile fiammante, sprint e vistosa, tale e quale alla sua padrona. Mi stringe in un grande abbraccio e mi domanda subito della mia capatina al mare; io le descrivo il nostro weekend romantico, ma serbo alcuni particolari per me soltanto. Sono una sentimentale, che custodisce gelosamente tutto quello che ha valore.
Alla fine non reggo alla tentazione e mi lascio andare a una battuta sarcastica: “Se avessi potuto fare delle foto, adesso avrei pure qualcosa da mostrarti.”
Mi fissa in silenzio, io intuisco di aver fatto un passo falso. Questo è un commento inconsueto per me, la mia unica fortuna è che a sentirlo sia stata lei piuttosto che qualche altra malalingua dell’ufficio. In ogni caso non dovevo espormi tanto: solo con Milo mi sono scoperta a questo modo – con Milo e con Jan. Tento qualche frase scherzosa per riparare, sperando che Lunetta non mi prenda troppo sul serio; ma lei non si lascia distogliere dalla traccia.
“Sai” attacca, in tono un filino paternalistico “anch’io a volte ho desiderato fare una fotografia. Il giorno del compleanno delle nipotine, l’ultima volta che è venuto un metro di neve… tutti ci pensano, è normale” e qui si zittisce, aspettando la mia reazione, ma preferisco non esprimermi finché non so dove stia andando a parare – certamente c’è dell’altro dopo questo predicozzo, se no perché non lasciar perdere e basta? E infatti prosegue: “Ma saremmo pazzi se pensassimo di scambiare il nostro tenore di vita e la nostra realizzazione professionale con la libertà di scattare una polaroid!”
Soppeso mentalmente le sue ragioni. Lo so, sarebbe folle, eppure non riesco a riacciuffare la determinazione di un tempo. E non condivido le sue parole: che sciocchezza è “tutti ci pensano”?
“Milo non se lo domanda mai. Come sarebbe avere una foto di noi due, voglio dire.”
“Certo che se lo chiede, puoi credermi” fa Lunetta e dopo una breve esitazione aggiunge “me l’ha confessato lui stesso.”
Ecco, ora so cosa si prova uscendo da una doccia gelata: com’è che il mio ragazzo va a confidarsi con la mia amica invece di aprirsi con me? Oltretutto conosce le mie opinioni a riguardo. Non sarà stata una mossa avventata da parte sua? Lei potrebbe sempre denunciarlo alla Commissione, perché un’affermazione simile mette in pericolo la sicurezza del Sistema.
Lunetta mi legge in faccia ciò che mi passa per la testa e si affretta a correre ai ripari: “Non temere, come ti ho detto capisco in pieno. Nessuno ne saprà nulla. Neppure delle tue insicurezze” conclude, nella convinzione di confortarmi. Ma qui il mio panico si trasforma in rabbia: Milo ha menzionato la mia insoddisfazione, perché ha tradito la mia fiducia? Mi ha esposta a un rischio enorme, come ha potuto?
Lo chiedo a Lunetta, che sospira e comincia a raccontare: non molto tempo prima lui l’ha cercata per scambiare due parole. È in pensiero per me, questa mania degli altri Ranghi non vuol passare, dice. E ha pure accennato a qualche nottata inquieta, ma senza specificare di più. “Se vuoi un consiglio” mi bacchetta, “è ora di finirla con i capricci.”
Sicuro, ho torto io anche se è lui che è corso a spifferare; sono io che non gli ho lasciato scelta.
Nel frattempo abbiamo raggiunto l’entrata dei grandi magazzini, lei elettrizzata come fosse Natale, io agguerrita come una nube di vespe: che la mia fede in quest’uomo non sia poi così ben riposta? Li avrò mal giudicati entrambi? Lunetta si volta verso di me e mi prende le mani, paziente: “Milo ti ama e si preoccupa per te, che c’è di male? Lo vedessi io uno straccio di interessamento simile! Hai un lavoro prestigioso, fai la bella vita: mi spieghi qual è il problema?”
La retorica del suo quesito pone fine alla conversazione: non saprei descriverle il mattone che mi schiaccia il petto ogni sera quando mi stendo, e comunque, a giudicare da come si tuffa fra le file di abiti appesi, non credo che starmi a sentire le interessi poi molto. 

La notte prima dell’appuntamento col medico del lavoro ho avuto un incubo. Camminavo fra fitti cespugli, ero sola ed era buio, ma percepivo ugualmente il profilo nero della collina. Non ero in grado di capire dove fossi, proseguivo e proseguivo, ma sarebbe più corretto dire che scappavo, mentre la boscaglia attorno a me crollava in pezzi. Poi si alzava un vento gelido e i frammenti mi volavano incontro, senza smettere di riflettere il mondo appena scomparso. Inutile poggiare i piedi sul terreno intatto, ovunque nuove folate mi investivano in pieno.  
All’improvviso ho spalancato gli occhi in un sussulto.

Lo studio in cui riceve il Dottor Cautiverio è di un bianco asettico che suggerisce estrema pulizia, ma che allo stesso tempo trasmette un sordo e serpeggiante malessere, pronto a trasformarsi in ansia vera e propria da un minuto all’altro. Lui, però, non rileva il mio disagio - o forse lo ignora deliberatamente. Dopo avermi invitata con freddezza a prender posto sul divano, dà il via a uno spiacevole interrogatorio, che mira a riscostruire ogni mio passo all’interno della Zona Cinque. 
Non so se scoppiare in lacrime o rotolarmi dalle risa. La situazione è grottesca, come quelle dei film di serie zeta che mi appassionavano tanto da bambina, porcherie trasmesse dall’unico canale ammesso nella Zona dei miei. La vicenda proposta era sempre la solita: branco dei cattivi, gruppo dei buoni, schianto di fanciulla in pericolo, colpo di scena finale – che c’è di meglio dei complotti del tubo catodico per distrarre l’attenzione della gente dagli intrighi del mondo reale?  
Al termine del sofferto colloquio, il medico consiglia una terapia sottocutanea, seguita da analisi delle urine – che effettuerà tempestivamente non appena ne avrò consegnato un campione – e da successivi incontri di supervisione. Allungo perplessa la mano, prendo la ricetta che l’uomo mi porge e consulto con cura il referto, per scoprire dove va a parare l’ignobile trafila: confondere la mia memoria, fare dei miei ricordi una matassa indistinta in modo che io possa scordare ciò che ho visto - o almeno renderlo nebuloso, abbastanza da convincermi di aver sognato.
Lascio lo studio scossa e abbattuta: se il copione in cui mi muovo è davvero sempre il medesimo, dov’è l’eroe che mi salverà dalle grinfie dell’orco?



sabato 14 giugno 2025

19. CAPITOLO OTTAVO

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Dopo lunga e attenta riflessione, ho acconsentito alla richiesta di Milo: il nostro weekend al mare sta per diventare realtà. Le previsioni del tempo assicurano due giorni da favola, perciò ci stenderemo sulla sabbia per arrostirci a dovere. Milo conosce un piccolo golfo raggiungibile in un paio d’ore, un incantevole angolo di paradiso che alla Classe Quattro è consentito visitare: non vedo l’ora di gustare pesce fresco sul molo, sorseggiando piano prosecco ghiacciato.
Solo una piccola nuvola ha offuscato i preparativi, una sua idea che mi ha lasciata di stucco: con un sorriso innocente ha proposto di non mettere in valigia i nostri telefoni cellulari.
Inizialmente ero contraria. È da sciocchi, lo so, ma non posso impedirmi di aspettare notizie dalla Zona degli artisti; in questi giorni controllo i messaggi a ogni occasione, perfino in bagno, e ogni sera prima di addormentarmi rileggo le poche frasi scambiate quella notte con Jan. Le mie fantasticherie, via via più audaci, sono un tormento; non faccio che immaginarmi mentre dipingo al suo fianco, tristemente consapevole del fatto che non avrei il fegato di contravvenire alle regole. Pur desiderandolo, non sono pronta a combattere tanto drasticamente il Sistema. 
Però pagherei per imbattermi in lui un’ultima volta. Ho questo film, in proiezione stabile nel vasto multisala della mente, in cui lo sorprendo furtiva alle spalle; lui si gira, mi riconosce e si apre nel più spaziale sorriso di sempre. 
Ovviamente non mi sogno nemmeno di esporre questo turbine di pensieri a Milo, pertanto la mia obiezione si limita a un semplice: “Che succede se ci cercano?”
Ma lui ha la risposta pronta: “Non mancheremo a nessuno. Sono solo due giorni. Non siamo tenuti a essere sempre reperibili, approfittiamone.” 
In effetti uno dei tanti privilegi del Rango Quattro è una maggiore libertà di movimento rispetto ad altri, il non dover dare costantemente conto dei nostri spostamenti – a patto che si tratti di cosa da poco. La Commissione ci ha riconosciuto settantadue ore di autonomia, ed è raro che le sfruttiamo appieno. 
E va bene, mi arrendo: magari mi accorgerò di quanto sia migliore la vita senza quel dannato aggeggio.

Trascorriamo il pomeriggio su una spiaggetta ventilata, io leggendo pigramente un libro, lui osservando i bambini che si rincorrono sul bagnasciuga. Mi accorgo, sollevando sorpresa il capo dalle mie pagine, che una di loro porta addosso una pesante felpa grigio topo, un affare informe che stride orribilmente coi costumini fantasia esibiti dai coetanei. Si tratta di un esserino esile con lunghe trecce color miele, che quasi scompare nella vastità del suo abbigliamento. Somiglia dannatamente alla bimba che ho scorto nel parcheggio al quartiere degli artisti, in occasione della mia serata d’addio; ne è la fotocopia. Ma non c’è possibilità che sia qui, non c’è forza su questo pianeta che avrebbe potuto sradicarla dalla sua Zona per catapultarla quaggiù, a un passo dalle onde assieme a noi. Perciò mi disinteresso di lei e del suo assurdo pastrano per tornare con piacere al capitolo che mi attende.

Quando il sole inizia la sua discesa dentro l’acqua e la gran parte degli ombrelloni è ormai chiusa, io e Milo ci prendiamo per mano e ci avviamo verso la locanda in cui abbiamo riservato un tavolo. Sono felice e in pace con me stessa; mi sento protetta vicino a lui, gli sono grata per avermi condotta quaggiù.
Prendiamo posto sulla verandina, consultiamo la generosa lista dei vini, attendiamo con impazienza l’arrivo delle portate consigliate dal cameriere. La voce delle onde che s’infrangono sulla riva giunge dolcemente fino a noi. Dal punto in cui siamo si gode di un panorama eccezionale, compresa l’ampia e regolare piazza in cui di recente hanno montato un palco. Non so cosa ci sia in programma, ma Milo dichiara di voler prendere informazioni: il prossimo a calcare quelle scene potrebbe essere proprio lui. È bellissimo nella sua camicia avorio, ha occhi solo per me; e sussurra, in tono appassionato, che avrà tutta la notte per dimostrarmelo.

Il mattino seguente, al risveglio, mi tasto la fronte per assicurarmi che il cerchio post alcolico attorno alle tempie non si sia materializzato sul serio. Milo mi prende in giro: “Qualche bollicina di troppo, vecchia mia? Non sei più quella di una volta!” 
Gli lancio un cuscino per dispetto, ma in realtà non mi sento ben ferma sulle gambe; preferirei restare in camera, e per fortuna a lui non interessa scendere in spiaggia: “La spensieratezza è il gol di questa piccola trasferta, possiamo prendercela comoda. Che ne dici di vedere come te la cavi alla Sfida?” 
La Sfida consiste nell’indovinare dai primi accordi il titolo di una canzone - lui suona e io indovino, se riesco, ma a questo gioco sono da sempre un fiasco. La penitenza, quando sbaglio, è un piccolo morso, che diventa un po’ meno affettuoso se non riconosco al volo una melodia delle sue.  
Verso le dieci, mentre Milo strimpella ancora, mi alzo dal letto e mi avvicino allo specchio del bagno, grande abbastanza da mostrare la figura per intero.
“Credi che dovrei tagliarmi i capelli?” chiedo, valutando attentamente il mio riflesso.
“Secondo me è l’ora di raparsi a zero” scherza, riponendo con cura la chitarra nella custodia - è una figlia per lui, non si sognerebbe mai di partire senza.
Sbuffo. “Sto parlando seriamente. Ho bisogno di cambiare. È da quando mi ricordo che ho i capelli così; potrei tingerli, che dici? Fare le mèches? Due colpi di sole?”
“Sei bellissima” dice baciandomi sulla guancia. “Muoviamoci, o non rimarrà niente per colazione.”

Al nostro rientro in città, qualche ora più tardi, trovo ad attendermi in segreteria una nota vocale lasciata da Lunetta: non ci becchiamo da ere geologiche, non è che ho voglia di un pomeriggio esclusivamente al femminile? 

giovedì 12 giugno 2025

18. LA PAROLA ALL'AUTORE

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Maschile sovraesteso
Cari amici,

ho concepito questo blog affinché sia uno spazio rispettoso e aperto al dialogo. E per restare in linea con tale obiettivo, desidero adesso occuparmi di una materia che ho molto a cuore: la riflessione sul linguaggio inclusivo e le scelte da me compiute in merito. 
È un argomento importante, sul quale ho ragionato a lungo prima di iniziare a scrivere; ed è anche una preziosa sfida linguistica e culturale, che crea stimoli sempre nuovi. 
Da principio ho preso in considerazione diverse possibili soluzioni: l’uso dell’asterisco, l’uso della schwa, la scelta di affiancare voci maschili a termini femminili. Ciascuna ipotesi era a suo modo interessante, e nasceva dal fondato bisogno di rendere il linguaggio più equo. Dopo aver valutato il panorama con attenzione, ho scelto di avvalermi del maschile sovraesteso - quello che in italiano è tradizionalmente usato per riferirsi a gruppi misti o non specificati. 
Non ho deciso in questo senso per ignorare il dibattito; anzi, ritengo essenziale l’esplorazione di tutte le alternative che la nostra nobile lingua ci offre. 
Ma tradurre tutto ciò dalla teoria alla pratica avrebbe richiesto grandi competenze in materia; avrei rischiato di diventare involontariamente più discriminante e ambigua, oppure di generare fraintendimenti - compromettendo la chiarezza del messaggio che voglio trasmettere. 
Usando il maschile, intendo includere tutte e tutti, senza emarginare nessuno. Suppongo che questa scelta possa non essere in sintonia con la sensibilità di alcuni, e mi scuso fin d’ora se doveste sentirvi feriti o non rappresentati: vi assicuro che urtare la sensibilità dei lettori non rientra nelle mie intenzioni.

Ancora un grande grazie per la vostra presenza.






martedì 10 giugno 2025

17. LA PAROLA ALL'AUTORE

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Nomen omen: il nome è un destino
Cari amici,

oggi vi porterò dietro le quinte della mia storia, in quella stanza segreta dove le parole sono scelte con cura e i nomirivelano
Sì, perché alcuni dei nomi che incontrate in “Oltre la Superficie” sono frutto di un’attenta ricerca: seguono la regola del nomen omen - il nome è un presagio - come a dire che il nome anticipa l’essenza dell’oggetto cui è attribuito.
Magari non lo si nota subito, ma quel nome porta con sé un indizio, un piccolo enigma, un gioco di parole. 
Non tutti i nomi che ho scelto rispettano questa logica, ma alcuni sì: li avete colti?
Scrivetelo nei commenti 🤗




domenica 8 giugno 2025

16. CAPITOLO SETTIMO

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Una vibrazione leggera rompe l’oscurità e mi desta all’istante. Le lancette fluorescenti della sveglia indicano le tre passate da quindici minuti. Guardo Milo, che per fortuna dorme come un masso dandomi la schiena: il suo lieve russare mi fa compagnia mentre attraverso la stanza. 
Afferro dal comò il cellulare illuminato; in alto, nell’angolo del display, è comparsa la nota bustina stilizzata, a informarmi che qualcuno mi sta cercando. Il mittente è sconosciuto, ma la corrente che m’invade decisamente non lo è. 
“Che fai?” leggo, domandandomi come diavolo abbia fatto Jan a entrare in possesso del mio numero: sono settimane che non ci vediamo e tutti i rapporti che ho avuto con lo studio sono stati gestiti dall’ufficio, nessuno mi ha mai contattata direttamente - di me non conoscono neppure l’indirizzo e-mail. Poi realizzo che se il mio telefono, come per magia, ha abbandonato la borsa per ricomparire sul tavolo del Maestro, forse il messaggio di stanotte non è poi un gran mistero. Per non fare rumore, mi sposto sul divano in salotto; non voglio disturbare Milo, così come non voglio sentirlo fare domande.
Sospiro e mi accomodo sui cuscini, studio il cielo stellato oltre il vetro della finestra. Rimango immobile per un po’, ma presto un nuovo bip mi obbliga a leggere ancora: “Dove sei adesso?”
Mi faccio coraggio e inizio a digitare. Rispondo che sono a casa, ma non riesco a dormire, poi però mi blocco, incerta su come andare avanti. Scriverei chilometri, parole su parole nella speranza che lui possa conoscermi un po’ meglio. Che delizia sarebbe spiegare ciò che faccio, le cose in cui credo! Vorrei capisse che sono estranea anni luce alla marmaglia schiava del proprio Rango che frequento nel quotidiano.
Invece domando a lui perché non dorma, sentendo la distanza fra noi evaporare per incanto, i nostri pianeti così lontani fondersi in uno stesso universo; assaporo ogni secondo mentre aspetto la sua replica - ma l’agognata risposta non giunge mai. 
Delusa - e un po’ allarmata - torno a stendermi pian piano accanto a Milo, che nel frattempo non si è mosso di un millimetro. Supina, gli occhi spalancati nel buio, fantastico per qualche minuto sulle frasi a effetto che avrei potuto usare. Solo quando spunta l’alba noto, con un brivido, che il familiare russare del mio ragazzo è stranamente sparito dalle tre e un quarto di questa mattina.   

Il lunedì si preannuncia temperato e gradevole, perciò preferisco lasciare l’auto davanti a casa e godermi una passeggiata. La strada da fare non è molta se si attraversa la pineta, così indosso un paio di comode sneakers in tinta col mio completo da lavoro e mi avvio in quella direzione. Il cielo è di un azzurro chiaro e invitante, appena velato da qualche cirro, e presto scopro di non essere la sola sul sentiero che si inerpica fra gli alberi in fiore. Diverse persone, più ritardatarie o più rapide, mi superano a piedi e in bicicletta – mezzo di cui è lecito avvalersi solo per coprire la distanza fra un luogo e l’altro, mentre esiste un categorico divieto del suo utilizzo per allenamenti o competizioni agonistiche. Io cammino senza urgenza, inspirando ossigeno a ogni passo e abbandonandomi ben presto a inopportune e sconsiderate chimere. 
Sul set sconosciuto del video che proietta la mia mente riconosco Jan, che mi corre incontro appassionato: “Non ci credo, questo è un miracolo! Come sei arrivata qui? Ti penso tanto” e mentre continua a ripeterlo, mi guarda come se nell’intera galassia non ci fossi che io. Ho l’impressione di trovarmi racchiusa all’interno di una bolla di sapone: è fragile, tra breve scoppierà, ma allo stesso momento è un dono potente. È uno spazio unico, solo per noi. Non sto più nella pelle dall’eccitazione: che gioia trovarsi a tu per tu, da soli. Jan mi prende per mano, intreccio le dita con le sue, e la stessa scossa elettrica che ho sentito all’atelier mi attraversa nuovamente. Immagino di abbandonarmi alle mie emozioni più intime, pensando all’effetto domino: una miriade di tessere che cadono l’una sull’altra, mutando i destini come per magia. Ed è per magia se adesso giungo a questo punto, incredula e splendente fra le sue braccia. 
Ah, se solo fosse vero.
Ma non ho modo di bearmi delle mie fantasie perché, come varco la soglia dell’ufficio, Daria si alza e accosta frettolosa la porta alle mie spalle. Mi chiedo se abbia perduto il cervello: da una vita soffre di claustrofobia, in tre anni che lavoriamo assieme non mi ha permesso di chiudere una singola volta. Apro la bocca, ma lei scuote la testa e col mento indica una busta bianca appoggiata sulla tastiera del mio computer. L’afferro, me la rigiro fra le mani, cerco i suoi occhi seria seria: “Sai chi l’ha lasciata?”
Lei si stringe nelle spalle, e in effetti non si notano segni o timbri di alcun genere, almeno all’esterno. Non rimane che aprirla. Con sgomento, scopro che si tratta di una convocazione per visita medica straordinaria, ma non trovo indicazione del perché dovrei vedere il Dottor Cautiverio; di solito vado da lui una volta l’anno, per il controllo di routine, come tutti i miei colleghi.
Daria, che siede composta alla scrivania, muore dalla voglia di conoscere il contenuto della lettera, ma ha il buongusto di restare in silenzio. Continuiamo a lavorare senza fare commenti.
La cosa non mi piace, ha certamente a che fare col mio ultimo incarico, eppure nessuno aveva accennato a una prassi del genere. Perché visitarmi? La faccenda è sospetta, e stabilisco di tenerne Milo all’oscuro: non desidero opinioni che mi turberebbero maggiormente o che mi manderebbero in bestia. E se accennassi a Lunetta, tanto per sfogarmi un po’? Si è sempre dimostrata fidata e credo si asterrebbe da rimproveri del tipo “ti sei fatta coinvolgere troppo.”
Ma la situazione è complessa, non sono convinta; meglio aspettare a far parola con chiunque.

Non ho notizie di Jan da due settimane. Tutto tace e non stento a immaginarne il motivo: che gli sia capitato qualcosa? L’eventualità mi spaventa a morte, così come mi terrorizza l’idea che abbia già esaurito la voglia di cercarmi - e probabilmente è davvero questa la soluzione dell’enigma, anche perché cosa potrebbe fare? Certo non otterrà il permesso di farmi un salutino veloce.
Milo è stato stranamente taciturno negli ultimi giorni. Carino come al solito, certo, ma al contempo all’erta: in un paio di occasioni, voltandomi all’improvviso, l’ho pescato a fissarmi con un’espressione inedita, indagatrice. Vuol sapere continuamente come sto, e mi ha proposto una breve vacanza; per staccare, ha detto. Tutto l’interesse per il diverso che ho mostrato nel periodo di permanenza al quartiere degli artisti lo ha impensierito, e mi spiace ammettere che ci ha allontanati un bel po’: chiaramente crede che dare priorità alla coppia possa farci un gran bene. 
Ma sarà soltanto questo il suo intento? Oppure ha voglia di allontanarmi dalla Città? 



40. CAPITOLO DICIOTTESIMO

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